Soffrire di adolescenza

Ieri sera ho partecipato alla presentazione del libro “Soffrire di adolescenza. Il dolore muto di una generazione” scritto dalla Psicoterapeuta Loredana Cirillo e presentato all’Ordine degli Psicologi della Lombardia. La Dr.ssa Cirillo ha un metodo di lavoro psicoanalitico e quindi differente dal mio, sistemico-relazionale, ma il tipo di osservazioni e riflessioni su questo tema ci accumunano. Purtroppo, il fenomeno del disagio adolescenziale sta subendo un forte peggioramento, sia nel numero dei casi riscontrati, sia nella gravità dei sintomi manifestati dai ragazzi. Si rilevano situazioni di comorbilità (presenza di più sintomi come ad esempio disturbo alimentare, autolesionismo, ritiro sociale, disturbi della condotta) e sintomatologie un tempo più rare e associate a cause altamente traumatiche (maltrattamenti, abusi,…) come la dissociazione, la derealizazione e la depersonalizzazione che comportano una perdita di contatto con la realtà. L’ipotesi della Dr.ssa Cirillo è che i ragazzi siano esposti, sin dall’infanzia, a una serie continua di micro-traumi legati alle tendenze dei sistemi di appartenenza sociale (famiglia, scuola, amicizie, società globale) a non mettersi veramente in ascolto dei bisogni e delle caratteristiche di ogni singolo individuo in modo accogliente ed empatico. La tendenza della società contemporanea, così frenetica e super-impegnata, è quella all’omologazione, all’imposizione di modelli di comportamento precostituito che offrono conferme e gratificazioni all’adulto, senza preoccuparsi di cosa provino dentro di loro i bambini e gli adolescenti. La sensazione di invisibilità e mancanza di riscontro emotivo negli “specchi sociali” (genitori, educatori, amici), rende i ragazzi confusi e incapaci di sviluppare un’identità solida e di fare scelte “giuste per sè”. La società detta che cosa è giusto, vengono date tante possibilità (le scuole migliori, le società sportive migliori, vacanze studio, computer e accessori), ma manca l’attenzione al benessere, al semplice “Come stai?”, quali sono i tuoi desideri, le tue fatiche, le paure… non c’è tempo e voglia di parlare dei vissuti affettivi e spesso i disagi vengono sminuiti per la paura che suscitano in noi adulti. Nella migliore delle ipotesi, il disagio viene delegato allo Psicoterapeuta sperando che lo possa “aggiustare”, oppure si spera che passi da solo. In conclusione, la speranza è quella che tutti i sistemi di appartenenza dei ragazzi provino a mettersi maggiormente in gioco a livello emotivo e offrano un accompagnamento educativo ed affettivo sin dall’infanzia che non punti tanto alla prestazione quanto al benessere soggettivo e all’autorealizzazione di sè nella propria unicità, con i propri limiti e le proprie potenzialità. Mi piace immaginare l’infanzia e l’adolescenza come una caccia la tesoro, in cui i ragazzi, con l’aiuto degli adulti, cercano con fatica ed entusiasmo di trovare ciò che li fa stare bene e permetta di far fiorire la propria identità..

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